divendres, 2 de novembre de 2012

Joan Isaac e l’epopea della nova cançó



Cantante e autore di dichiarato impegno civile, il barcellonese Isaac
(che non disdegna di esibirsi in italiano) sta per festeggiare ben quarant’anni di carriera. Ne ricordiamo i momenti artistici più significativi, senza trascurare altri suoi illustri colleghi
di Alberto Bazzurro


La recente uscita del doppio «Piano, piano…» (Discomedi Blau) di Joan Isaac offre la possibilità di parlare di nova cançó catalana al di là dello specifico, visto che l’opera ripercorre – da una prospettiva particolare – trentacinque anni di carriera di Isaac, sessant’anni il settembre prossimo, lungo venti brani che pescano dalla sua intera discografia, esclusi curiosamente il primo album («És tard», 1975) e l’ultimo («Em declaro innocent», 2011).
La singolarità dell’operazione sta nel fatto che le canzoni sono tutte per pianoforte e voce, con ben dieci pianisti (due brani a testa), da Enric Colomer a Eros Cristiani. Gli album da cui sono tratte sono sette, da «Viure» – che nel 1977 (in epoca di resurrezione post franchista) diede a Isaac la prima fama con A Margalida, di chiaro impegno civile (che il barcellonese non ha perso) – a «La vida al sol», del 2008. Sei brani vengono da «Planeta silenci», che nel 1998 segnò il ritorno di Isaac dopo quattordici anni da farmacista (professione esercitata tuttora in pieno barrio Gotico). Altri cinque arrivano da «De profundis» del 2006. Tra gli episodi migliori: Hivern, Cançó per Isabel, Viure, Tot és frágil, I passa, passa el temps, On és la gent?, Nits, A l’estació de França, Cala la nit a San Remo e l’unico inedito, Madame nicotina.
Con una vocalità calda e partecipe, Isaac percorre i propri testi, tutti in catalano (se deve deviare, la scelta cade sull’italiano, tanto che il suo collega Luis Eduardo Aute lo definisce «il più catalano dei cantautori italiani»), sul sentire dell’individuo, innervati da un’innata vena melodica. Il più prossimo tra i confratelli catalani appare in tal senso Joan Manuel Serrat, di dieci anni più anziano, un po’ il capo carismatico della nova cançó affermatasi a partire dai secondi anni Sessanta (ma Serrat scrive anche in castigliano). Da noi hanno fatto breccia almeno le sue Mediterraneo (portata al successo da Gino Paoli), La tieta (cioè Bugiardo e incosciente nella traduzione un po’ annacquata di Paolo Limiti per Mina, Dorelli, Vanoni) e La ziatta (nella ben più fedele versione modenese di Francesco Guccini
in «Ritratti», 2004).


In quarantacinque anni di carriera, Serrat ha inanellato una serie impressionante di album, tra i quali il doppio dal vivo «En directo» (1984) e «Mediterraneo» (1971), «Para piel de manzana» (1975), «Tal com raja» (1980), «Material sensible» (1989, con Kubala, dedicato all’asso del Barça anni Cinquanta, a ribadire un senso di appartenenza, che trascende il mero aspetto calcistico, condiviso dallo stesso Isaac, incallito tifoso blaugrana) e «Versos en la boca» (2002). Numerose le canzoni in cui Serrat musica la grande poesia, da Machado a Sabina, da Miguel Hernández all’uruguayano Mario Benedetti, a svariati altri.
Anagraficamente a metà strada tra Serrat e Isaac, Lluís Llach appare più calato in una ricerca assai capillare sui legami tra contemporaneità e tradizione popolare (è più musicista, fra l’altro), scrivendo anch’egli canzoni con testi solo in catalano. Non ancora ventenne, nel 1967 entra negli Els Setze Jutges (fortemente antifranchisti), da cui passano quasi tutti i più bei nomi della nova cançó alla vigilia delle carriere solistiche: da Serrat a Pi de la Serra, da Guillermina Motta ai fratelli Joan Ramon e Maria del Mar Bonet. Llach abbandona le scene nel 2007, dopo un concerto di commiato nella sua Verges (ne vien fuori «Verges 2007», che va ad affiancarsi a «Camp del Barça, 6 de juliol de 1985» in cima alla sua produzione).

La scena internazionale si raccoglie a quel punto in un omaggio all’artista: il doppio «Si véns amb mi», cui partecipano anche Alessio Lega e Lou Dalfin traducendo due suoi capolavori, Abril 74 (Aprile ’74) e L’estaca (Lo pal, in occitano). Due parole anche su Quico Pi de la Serra e Maria del Mar Bonet (uniti nel 1979 in «Quico i Maria del Mar»). Il primo, oggi settantenne, pratica da giovane il jazz (come chitarrista lo segnano Wes Montgomery e René Thomas, con il quale incide pure, nel 1964, «El home del carrer») e ama Brassens e la Francia (ricambiato). Come cantautore esordisce nel 1967, collaborando negli anni con Serrat, Aute, Joaquim Sabina e Paolo Conte. Il suo ultimo cd, «QuicoLabora» è del 2011.
Maria del Mar Bonet, nativa di Maiorca, approda ventenne, nel 1967, a Barcellona, dove tutto (o quasi) accade. Sul suo taccuino artistico figurano i nomi, tra i tanti, di Barbara (di cui incide L’águila negra), Miró (che nel 1974 illustra il suo terzo lp), Theodorakis (che traduce in catalano), Moustaki, Amancio Prada. Voce piena, di forte impatto interpretativo, autrice a sua volta incline al sociale e tenace ripropositrice di pagine folk maiorchine, nel 2011 ha inciso con Manel Camp, uno dei pianisti di Isaac, «Blaus de l’ánima», con Lover Man e pezzi vari di Serrat, Gershwin, Rolling Stones.
Una bella panoramica degli anni cruciali della nova cançó si trova nel doppio lp collettivo (con ricco apparato fotograficotestuale) «Dies i hores de la nova cançó», uscito nel 1978 e oggi merce da collezione o giù di lì.



Musica Jazz novembre 2012
Chanson(g)s

 
 

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